Pensieri ad alta quota

Stanotte, sono stata in aeroporto. Stranamente, ero riuscita a portarmi una sola valigia, mio marito non credeva ai suoi occhi.
Ho preso il primo volo per un posto sconosciuto. Non avevo mete, volevo solo togliermi lo sfizio di viaggiare, guardare il mondo dall’alto, perché tanto lontana da tutto e da tutti ci sono già.

L’aereo, a un certo punto, ha sovrastato le nuvole bianche (o “fuffose”, come direbbe la nostra amica Matilde) e l’hostess mi ha annunciato che potevo aprire l’oblò e “fare una domanda a piacere”.
A chi? Di colpo, ho realizzato che ero l’unica passeggera, perciò non potevo chiedere suggerimenti a nessuno.
Ho guardato in basso. Vedevo città deserte, paesi fantasma, ogni tanto dei puntini, che se li univi come nel gioco sull’enigmistica, compariva la fila al supermercato.

Di solito, si dice “non c’è un cane”, ma di cani ce n’erano diversi, di tutte le razze, e tenevano per la prima volta al guinzaglio i loro padroni. Vedevo minuscole finestre con le lucine accese, e madri chinate sui loro bambini a raccontare una favola “inventata” per una “vera” buonanotte. E, poi, nel silenzio inverosimile, come un’eco, ho sentito diversi pianti sommessi.
Facendo attenzione, il cuore imparava ad ascoltarli davvero, a distinguerli.

C’erano genitori preoccupati per il futuro e i loro figli, figli spaventati per la sorte dei loro genitori. Poi, si sentivano quelli che stanno avendo problemi con il lavoro e quelli che già li avevano da prima.
Dagli ospedali, si udiva il pianto sommesso di medici e infermieri in pausa e quello degli ammalati. Quest’ultimo mi ha dato lo spunto per la domanda. Era un pianto che non aveva più lacrime, un miscuglio tra dolore, solitudine e paura. Quel pianto che, se anche di giorno è una parola che non vogliamo pronunciare, sa di morte. Come quella di tutti coloro che se ne sono andati finora, in fila, senza essere accompagnati da nessuno.

Allora, mi sono subito voltata lato finestrino e ho urlato quanto dentro stava per scoppiare, poi ho guardato ancora più in alto e ho chiesto a Dio “PERCHÉ?”.
Ha rilanciato con un altro “perché”.
Ribadisco: “Perché tanti morti?”.
“In Italia?”. Mi ha invitata ad allargare lo sguardo: “Ce ne sono anche negli altri Paesi e nel resto del mondo”.

Così, chiedo perché anche per loro.
E lui mi domanda perché penso solo ai morti per il Covid-19. Mi fa un elenco spietato di tutte le altre malattie che affliggono l’umanità. Mi ricorda che, anche prima di tre mesi fa, tanta gente moriva, anche senza cure. Perfino bambini, tra l’indifferenza generale di chi stava bene.

Sono improvvisamente a disagio.
Presi dalla paura di morire, ci siamo dimenticati di chi ogni giorno combatte estenuanti battaglie per la vita.

Allora, Lui che “mi scruta e mi conosce” mi toglie dall’impasse e mi sussurra con dolcezza: “COME. Chiediti come uscirne, e non perché. Chiediti cosa possono fare ora gli scienziati e il personale medico.
Chiediti cosa possono fare gli intellettuali e gli artisti, i sacerdoti e i giornalisti.
Pensa come possono convertirsi le fabbriche, sopratutto quelle di armi, e come possono cambiare approcci e relazioni le persone comuni.
Ingegnati su come occupare il tempo, rifletti leggendo un libro, guardando un film o ammirando le stelle o un sorriso.
Riscopri come può essere utile una parola gentile, come è prezioso il mondo del volontariato, come possono trasformare tutto l’amore e l’amicizia.
E poi, prega.
Accendi nel tuo cuore e in quello degli altri la fede, perché da lì si genera la speranza e maturano pensieri che ribaltano i punti di vista”.

Tra un’Ave Maria e un “Padre nostro” ripetuti nel cuore nel sonno e nel sogno, mi sono ritrovata nel mio letto. Niente più aeroporti né viaggi né nuvole, ma Dio era con me e mi sentivo avvolta da un caldo e tenero abbraccio. Il mio cellulare era per terra. Sarà caduto quando ieri sera iniziavo a scrivere.
Scusate se mi sono addormentata, ma spero che, in questa domenica, questo mio post porti un po’ di conforto e vada a illuminare quell’angolino buio in cui, a volte, nascondiamo la nostra fede.

Loredana Brigante

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