Diario di come tutto ebbe inizio.

Oggi è sabato sera, non lo aspetto da un pò.
Prima sabato era il weekend, riposo, del buon vino e una cena fuori. Ora non è più così, ora tutti i giorni sembrano uguali. È una settimana che sono chiusa in casa e oggi mi hanno comunicato la sospensione per altri sette giorni. No, non è un provvedimento disciplinare.
Sono a Milano ai tempi del corona virus.

Com’è successo neanche me lo ricordo, ricordo che era tutto normale.
Ricordo che in tv parlavano di decine e decine di morti, in Cina. Ricordo immagini di persone con la mascherina. Quando hanno annunciato la sospensione dei voli da e verso la Cina “dovevano pensarci prima” abbiamo detto.

Era ancora il tempo della polemica e delle critiche, ci chiedevamo come fosse possibile. Era solo una settimana fa. Poi, di colpo, un caso a Milano, in provincia di Milano. Un caso proprio qui, a pochi chilometri da noi. Un caso a cui, immediatamente, ne se aggiungono altri, tanti altri.
Immediatamente, consecutivamente.
Come un fiume in piena, come un torrente inarrestabile. E come un fulmine a ciel sereno arrivano anche i primi morti.

Panico. Si inizia a capire che di questo virus si muore e si muore proprio qui, a pochi passi da casa nostra. Scoppia il caos, in tv non si parla d’altro. Se provo a spegnerla sento quella dei vicini, se apro i social peggio che mai. Neanche il tempo sembra essere un argomento interessante. I casi aumentano e il termine quarantena, mai così tanto sentito, diventa la parola più costante degli ultimi giorni. Più costante di lavoro, più costante di palestra, cibo, uscite. La situazione sfugge di mano. Dicono di evitare contatti sociali, dicono di stare a casa. E non lo dice il vicino di casa, non lo dice un amico qualsiasi. Lo dicono le autorità di governo, i direttori degli ospedali, lo dicono le Istituzioni di cui ti sei sempre fidata. Le stesse che a distanza di pochi giorni adottano provvedimenti restrittivi. Il governo chiude scuole, bar, discoteche, luoghi pubblici. Ci comunicano che staremo a casa per una settimana. Dicono di lavarsi le mani spesso (prima settimana).

Vedo gente che scende giù.

Mi chiedo cosa sia giusto fare, poi decido di restare. In attesa che la situazione appaia più chiara resto a casa, davanti alla tv, ad osservare immagini strane, a vedere un Paese immobile che non sa come muoversi, che non sa cosa dire, cosa fare. Restiamo sospesi in questa bolla di tempo strano che non sappiamo come riempire, che non sappiamo come mandare avanti. Un solo rumore fa da sfondo: quelle della tv, perennemente accesa.

Qualcuno parte, va all’estero o sulla neve.

La mattina ci svegliamo in un silenzio informe, come stralunati, disorientati, con la testa nel pallone. Il primo pensiero sono i numeri, i morti, i contagi. La situazione sembra peggiorare di ora in ora. Non si trova un filo conduttore, qualcosa sfugge. La verità è che di questo virus non ne sappiamo nulla e che le statistiche vengono effettuate sulla nostra pelle, la verità è che siamo noi le cavie. Restiamo chiusi in casa, ad aspettare, a mangiare, a guardare speciali ed approfondimenti quando è chiaro che è troppo presto per tutto e nessuno ci capisce davvero qualcosa.

La prima domenica del coronavirus devo andare a Milano, a discutere la tesi di un Master. Non c’è traffico. Mi accoglie una città vuota, priva di vita. Il freddo mi pervade le ossa, quando arrivo nel cortile dell’Università vedo tutti gli operatori con le mascherine, fatico un po’ a capire dove devo andare. Mi dicono di andare in fondo, una ragazza mi fa firmare dei moduli e mi dice di andare via. La discussione è sospesa a causa del coronavirus, per sicurezza non ci fanno entrare nell’edificio e ci invitano a tornare a casa.

Questa domenica è il primo sguardo sulla città colpita dal virus, quando molti ancora pensavano che fosse una semplice influenza. Questa domenica mi da subito l’immagine chiara di ciò che sarà, e mi fa preoccupare perché vedo gente che ancora non è cosciente, che parla e si muove come se niente fosse. Milano non sembra lei, è così priva di tutto da sembrare povera e ferma ed una Milano ferma io non l’ho mai vista.

Le mattine successive scorrono incerte, strane, tra pioggia e sole, si alternano, quasi insicure di quale veste indossare. È un inizio di primavera che non sa partire, anche se è già arrivato. La ciclicità delle cose ci aiuta a restare lucidi, appesi alla normalità, mentre i supermercati vengono presi d’assalto, e si svuotano di merce che forse non servirà mai.
Come se fosse una guerra, una peste.
Mi tornano in mente Manzoni e Boccaccio, penso alla Santuzza che liberò Palermo dalla peste e una fitta mi malinconia mi taglia lo stomaco. Mi manca tutto oggi. Mi manca tornare a casa e mi manca più di ogni altro giorno, ma so che restare è la cosa più giusta.
È partita la didattica on-line, prima o poi sarebbe successo, ma forse non così.
Forse questo passaggio sarebbe stato più graduale, più organizzato. Ora questa modalità è imposta dalla necessità ma la necessità non per forza genera comportamenti scomposti ed esagitati, la necessità non per forza porta alla ribellione ed alla pazzia. La necessità può attivare parti nascoste, può svegliare le riflessioni profonde e può svelarti una forza ed una resistenza che non pensavi di possedere. La necessità può farti svegliare prima di tutti, prima del tempo, perché ti costringere a modificare le tue abitudini e allora devi sbrigarti, devi pensare, organizzare, trovare un’alternativa perché non puoi restare ferma perché se resti ferma quando bloccano tutto rischi di bloccarti anche tu. Invece tu devi reagire, trovare l’alternativa ed è proprio ora che serve essere più produttivi che mai, quando la soluzione devi trovarla dentro di te.

Questa bolla di tempo sospeso non deve ucciderti, devi resistere. Oggi che resistenza vuol dire attesa, vuol dire responsabilità, vuol dire guardare all’essenziale, restare in casa, rimandare tutto. Oggi spolveri le ore delle giornate con un ritmo nuovo, diverso. Vai alla sostanza delle cose, alla parte di te che devi reinventare, alle cosa ancora da scrivere, al libro da leggere, alle riflessioni che non avevi tempo di fare. Oggi prepari spunti di lavoro, articoli nuovi, in attesa che tutto passi. E pure le smanie che non pensavi di domare assumono una veste diversa, attanagliate dalla malinconia, dall’impazienza mista a consapevolezza, dall’irrazionale vinto dalla cosa giusta da fare. Perché ora più che mai prima di tutto viene la vita, ed è quella che stiamo difendendo.

La difendiamo ogni giorno, cercando andare avanti, stando con coi stessi ed i nostri libri, i nostri giochi, le nostre carte, il nostro vino, chiusi in casa già da due settimane. Con la voglia di uscire, di andare ad allenarsi, con la voglia di tornare giù, di vedere il mare, la famiglia, la moto, la casa, gli amici. Con la voglia di tornare al lavoro, di tornare al tuo posto, dove è giusto stare. Con la voglia di fatica, del tempo che non basta e appunti e schemi e compiti da correggere e cose da fare.
Ora quella routine che sembrava tagliarti il fiato diventa respiro che ti manca, aria che ti hanno tolto, motivo di resistere. Ora che tutto appare sotto una luce diversa resisti e ti alleni lo stesso, prendi la bici e vai senza meta, ti perdi, scopri nuovi posti, nuove strade, guardi il sole ed il cielo ed ascolti la musica e non ti fermi, perché fermarsi vuol dire morire.
Invece che andare al ristorante ceni a casa e prepari tutto con cura e scegli il vino giusto ed ogni sera ne gusti il sapore attorcigliato alla nostalgia di tutto, della vita di prima che non te ne sei acconto mai di quanto fosse essenziale.
La nostalgia delle persone che non puoi raggiungere, delle cose che non puoi fare, mentre ti ripeti che devi resistere, che devi essere forte, devi farcela. E guardi chi hai davanti e sorridi e quel sorriso triste è tutto l’amore che puoi.

Questo virus ci ha insegnato a plasmarci, ad avere pazienza e speranza. Ci ha fatto riscoprire le giuste priorità; ieri niente ti bastava, oggi una sola ora in bici all’ aperto ti fa dire “per oggi va bene così”.

Il governo prolunga la chiusura delle scuole. La situazione non è chiara, sembrano vogliano tranquillizzarci, sembrano vogliano far ripartire l’economia (seconda settimana). Ci sono tre giorni in cui parte la campagna “Milano non si ferma”, riaprono musei, si inizia a parlare dei guariti. Le conseguenze sono drastiche, in pochi giorni il virus dilaga e si capisce che la strada giusta è chiudere tutto.

Vedo gente che scende giù.

Poi, due giorni fa, la decisione di chiudere la Lombardia ed altre 11 provincie. La Lombardia, tutta la Lombardia, è dichiarata zona rossa. La notizia trapela dai siti internet già qualche ora prima. Si capisce subito che tra poche ore non si potrà più entrare né uscire.
Io, davanti il pc, leggo notizie che non mi sembrano vere, che riconosco più come scene di un film che di vita reale. Mi vedo al di fuori di tutto, poi di colpo dentro, serrata, blindata, con l’esercito che a breve avrebbe fermato ogni spostamento. E mento se non dico che il primo istinto è stato quello di partire. Senza voli, senza treni, solo una valigia e via.
Lasciare Milano, tornare a casa, attraversare tutto lo stivale in macchina. E non per diffondere l’epidemia, non per egoismo o per andare al mare.
Volevo scendere giù perché in situazioni in cui tutto è incerto e non si sa davvero come andrà a finire l’istinto ti porta dalle persone care, l’istinto ti porta a casa.
Affrontare tutto questo in una città nuova, così diversa dalla tua, senza la tua famiglia, è difficile. E quindi sono uscita, ho preso la macchina ed raggiunto chi per me è un punto di riferimento.
Il mio cervello era il tilt, la mia mente era giù. Tutto ciò è durato meno di un’ora.
La serata l’ho terminata al solito balcone, a parlare in silenzio, a guardare l’orizzonte con sguardi lucidi e speranzosi verso un futuro ancora incerto, a scolare un amaro a stomaco vuoto, che faccia male sì e che si fotta tutte le paranoie e ci lasci il buon senso. Che ci lasci lucidi e di buon umore, che ci lasci la voglia di fare l’amore, di stare insieme oltre la paura e po’ speranza, quella di restare uniti anche se lontani, insieme anche se divisi.

Ora dicono di stare a casa, dicono che gli ospedali stanno implodendo dicono che non ce la fanno, dicono di restare a Milano, dicono di non tornare. Ora che tutto è esploso, ora che tutti sono partiti, ora che speriamo non sia troppo tardi (terza settimana).

Oggi è il secondo giorno della zona rossa e ho sognato il mare, mi capita sempre più spesso. Ho sognato di pedalare al mare, di scendere dalla bici e toccare la sabbia, di sentirla tra le mani. Non era sabbia qualsiasi, era la sabbia di Siculiana Marina, in provincia di Agrigento, la sabbia del mare che conosco dal mio primo anno di vita. Ho toccato la sabbia e ho visto mare, l’ho guardato da vicino, era trasparente e bello come lui sa. Era solo un sogno, ma mi sono promessa di contare i giorni che mi separano dal mare e quando smetterò di contare vorrà dire che sarò di nuovo giù, a casa mia. Vuol dire che sarà finita.

Intanto aspettiamo che tutto passi.

Ora che la sera è non solo reclusione forzata ma soprattutto scelta responsabile, è importante rimanere lucidi e crederci davvero che andrà tutto bene.
Crederci davvero che andrà tutto bene.

Biglie sparse

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