Insania.

Togli l’orologio. Appendi l’orologio. Togli l’orologio. Appendi l’orologio. Poi di nuovo da capo.

Basta una riga per descrivere, se non ventiquattro, almeno sedici delle ore che passo in quarantena. Niente karaoke dal balcone o aperiSkype con gli amici. Solo uno scivolare lento e ostinato dentro l’abisso dei DOC. Ovvero Disturbi Ossessivi Compulsivi, prima lettera maiuscola e tanto di cappello.
Costringersi a casa è un sacrificio che, già di norma, mette in crisi la psiche dei più savi. Provate a immaginare allora i suoi effetti su una mente già labile di suo.
Succede così che a tratti il mio pensiero deraglia. In un momento è un succedersi razionale di avvenimenti e idee, l’attimo dopo segue invece traiettorie illogiche che mi portano verso stati di coscienza vicini al delirio.

Togli l’orologio, appendi l’orologio. I due orologi da parete che figurano ormai da anni tra il mobilio di casa mia sono diventati, da un mese a questa parte, il mio tormento e la mia ossessione.

Non che prima la faccenda fosse meno complicata. Per colpa di un plausibile squilibrio chimico le cui cause sono ancora da accertare, intorno ai cinque anni la mia testa ha deciso di trovare in certi oggetti di uso comune un nemico da temere. Tra questi gli orologi, con il loro ticchettio incessante, e una lista infinita di cose che non vale nemmeno la pena elencare.

Afferma la mia testa — la mia testa irragionevole, la mia testa folle — che è compito mio porre fine al loro supplizio. E dunque: disattivare il meccanismo che li ha messi in funzione, tornare a respirare.
Perché sono terribili, terribili le cose mi aspettano se non dovessi invece farlo. Tanto terribili che non le conosco nemmeno. La mia mente non ha voluto svelarmele.

In questi giorni di quarantena ho conosciuto, dei miei disturbi, ogni recesso. Ne ho perlustrato il fondo in lungo e il largo, e solo poche volte sono risalita in superficie.

Allora di notte mi alzo dal letto. Percorro il corridoio in punta di piedi, per non farmi scoprire. Entro in soggiorno con la luce spenta. Poi stacco l’orologio dal muro quel tanto che basta e infine tolgo le pile.
Ah, che sollievo. Se ne va di colpo tutta l’agitazione che si era tenuta aggrappata alla mia pelle fino a quel momento. Se ne va di fretta, senza nemmeno salutare, perché tanto lo sa che poi ritorna.

E infatti ricomincia di mattina l’insania.
Quando mi sveglio e scopro che qualcuno in piedi prima di me si è messo di impegno per vanificare i miei sforzi. E poi qualche momento più tardi, prima e dopo pranzo, durante l’ora del tè, e così via.

Conto i giorni di isolamento già passati come le gocce di Delorazepam che cadono nel mio bicchiere. Quanti altri ne serviranno ancora?

Daria Costanzo

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