La spesa al super.

Esco. Devo fare la spesa.
Al super la solita gente. Però si entra un po’ per volta perché c’è questa malattia che impone il “distanziamento sociale”.
Bella espressione. Molto cazzuta. Servirà? Boh.

Metto i guanti nel reparto frutta. Li terrò per tutta la mia spesa. È meglio. Vedo qualche mascherina.
I più impauriti la tengono su. Di solito sono anziani. Di solito.
Poi ci sono quelli che la tengono a mezza faccia o abbassata sulla gola, come a dire “ce l’ho, ma mica la metto sempre…”.
Indecisi.
Mi colpiscono i vecchi senza mascherina. Coraggiosi o folli? Boh.

Seguo una vecchina che si appoggia al bastone. La conosco. Avrà più di novant’anni. Scruta i latticini con lo sguardo severo di un sergente degli alpini. Non incrocia gli occhi di nessuno e nessuno incrocia i suoi.
La cassiera mi racconterà che i parenti hanno cercato di farla desistere dal fare la spesa, da sola. Li ha mandati a cagare. Ha detto: «Tanto se vado in ospedale lo so che mi fanno crepare, per cui la spesa me la faccio io con le mie gambe». Orgoglio senile.

Scorro la lista degli acquisti da fare sul cellulare. È solo un modo per fare finta di niente. Lo facciamo in tanti.
Arrivo alla cassa e mi fermo dietro la linea rossa. Un metro. Dietro di me un tizio con un berretto da baseball e la sciarpa sulla bocca si avvicina un po’ troppo.
“Dove cazzo vuoi andare?” penso.
Ammucchio la mia spesa sul tapis roulant. La cassiera mi sorride. Non ha la mascherina. Indossa i guanti. Il tizio dietro di me continua ad avvicinarsi.
“Ma stai nel tuo!” penso.
Non dico niente. E guardo il cellulare che is the new “mi faccio i cazzi miei e tu fatti i cazzi tuoi”.
La cassiera passa la merce allo scanner.
Poi si blocca. «Non funziona…» mormora.
Quello dietro di me inizia ad agitarsi e mi spinge il carrello contro il mio fondoschiena, una, due, tre volte. Gli dicono di smetterla. Gentilmente. «Fottiti!» mi sibila. A quel punto tiro fuori la pistola e gli sparo in fronte. «Fottiti tu» dico.
Poi mi sono svegliato.

Filippo Larganà

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