Voglio raccontarti di Marco.

Sono di nuovo io, quella che racconta storie della quarantena che sembrano non aver niente a che fare con la quarantena. Stavolta voglio raccontarti di Marco.

L’ho conosciuto al tramonto, sul terrazzo di un ristorante, durante un evento di networking. Che poi vuol dire che una serie di persone si incontrano per fare delle chiacchiere, creare connessioni e magari dare vita a qualche collaborazione fruttuosa.

Quando sono arrivata c’era poca gente, e mi sono subito accorta di quei due ragazzi che stavano per i fatti loro a parlare con una birra in mano, appoggiati alla ringhiera. Non potevo non notarli perché parlavano italiano, lo sentivo fin dalla mia postazione. Uno dei due era molto alto, moro, sorriso sulle labbra e occhi dolci. Un gigante buono. Lui era Marco, e l’altro suo fratello Federico.

Abbiamo parlato parecchio, quella sera, e ho scoperto che erano appena tornati a Bali per cercare una villa da affittare. Originariamente eravamo quasi vicini di casa: io Romagnola, loro Marchigiani. Marco era amico di Lucia, che avevo conosciuto qualche giorno prima e che ci aveva raggiunto per quei discorsi al tramonto. Poi il buio è sceso, l’evento si è concluso e ognuno è tornato a casa sua. Era novembre.

Nelle settimane successive mi è capitato di vedere Marco in giro per il paese, e ci siamo sempre salutati con un sorriso e una chiacchiera veloce. Non ci siamo frequentati molto, però.

Fino a gennaio, quando – complice l’arrivo di un nuovo ragazzo italiano – ci siamo ritrovati. Da quella prima cena tutti insieme a base di nasi goreng e fiumi di parole in riva all’oceano, Marco è improvvisamente ripiombato in tutto il suo splendore nel nostro gruppetto di italiani in trasferta.

Abbiamo iniziato a vederci spesso: birre e cocchi al tramonto, pranzi improvvisati al warung, cene cucinate a casa (lui era il cuoco della situazione), colazioni la mattina tardi, affettati, vino, pizze e limoncello. I suoi messaggi improvvisi che mi avvisavano che era fuori dal coworking, se volevo uscire per fare una pausa in compagnia. E tutte le volte che si è ritrovato seduto a un tavolo con me o – peggio – con me e un’amica, e l’abbiamo sommerso di parole fino a stordirlo. Lui che all’inizio era taciturno, ma ascoltava sempre con attenzione. Poi all’improvviso si animava e ti diceva la sua, o ti raccontava delle sue giornate balinesi. O del suo nipotino, l’argomento di conversazione che preferiva in assoluto. Ho visto talmente tanti video e foto di quel bimbo che mi sembra quasi di conoscerlo!

E questo era solo il Marco che conoscevo io. Ma poi c’era quello che passava il suo tempo con tutti gli altri. Perché lui è così: generoso, abbondante, onnipresente con discrezione. E sempre sorridente. Anche quando ha dovuto guidare il motorino un’ora sotto la pioggia per venire a prendere me e il cane che avevo in affido, l’ha fatto col sorriso.

È andata avanti così per diversi mesi, poi è iniziato anche il nostro periodo di auto isolamento.
Un giorno ricevo una chiamata da un amico comune.
“Sai cos’è successo a Marco?”

Una di quelle frasi che ti fanno gelare il sangue appena le senti, perché sai che non preannunciano niente di buono.

E infatti Marco avuto un incidente, un grave incidente in motorino.
È in terapia intensiva, nell’ospedale pubblico di Bali. Lo stesso ospedale in cui c’è l’unico reparto Covid-19 dell’isola. Caso vuole che, fra l’altro, i due reparti siano proprio affiancati.

La famiglia non può raggiungerlo, a causa delle restrizioni nei voli e alle frontiere. Solo dopo 10 giorni Federico, che nel frattempo si era trasferito in Australia, riesce a rientrare a Bali per stare al fianco di suo fratello.

Gli amici più stretti si avvicendano in ospedale, cercando di gestire la situazione come possono. Sempre in contatto con gli altri amici – me inclusa – che chiedono aggiornamenti e offrono sostegno. E con il fronte italiano, che si mobilita senza indugio. Nel giro di pochissimi giorni, nasce una task force internazionale e spontanea, a sostegno di quel gigante buono a cui tutti vogliono bene. Raccolte fondi, contatti col governo e con la stampa, dialoghi con l’ambasciatore, iniziative sui social: tutti uniti verso un obiettivo. Quello di riportare a casa Marco non appena sarà possibile.

Lontani fisicamente – anche noi che siamo qui, ma che in ospedale non siamo potuti andare – ma vicini con il cuore. Aspettando il momento in cui Marco si sveglierà e ci regalerà di nuovo il suo sorriso.

La vita è anche questa, ai tempi del Coronavirus.

Arianna

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