Storia di una sopravvivenza.

In questi giorni vorrei dare voce a chi voce non ne ha, peccato però che io non ne abbia.

Piuttosto sono una persona anonima, con una vita mediocre, una laurea appesa al muro e non utilizzata da due anni e con una famiglia che vive di commercio.
È proprio questo il punto vive di commercio, sopravvive per meglio dire.
Partita da zero e per causa di forza maggiore.
Siamo una famiglia partita Iva.
Ma qualcuno sa cosa significa essere una partita Iva nel 2020? O meglio qualcuno sa cosa significhi esserlo durante una pandemia?
Pochi eletti come me già lo sanno, ma io vorrei rendere partecipe chiunque proprio chi non sa di cosa io stia parlando.
Siamo stati travolti come da un uragano, l’uragano Covid-19.

11 marzo 2020 ora di cena.

L’OMS dichiara la pandemia. Tutto il mondo è coinvolto. Io mi fermo, quasi non riesco più buttare giù il mio boccone, sento una stretta allo stomaco, ho paura, non so ancora cosa significhi realmente ma inconsciamente inizio ad averne.
Edizione straordinaria del Tg. Il nostro premier annuncia la chiusura, siamo in lockdown. I miei genitori fanno fatica a capire, inizio a vedere nei loro occhi ansia e apprensione, è definitivo per 15 giorni tireremo giù la serranda. Siamo sconvolti abbiamo paura del virus ma sappiamo che la nostra paura è al quadrato, quindici giorni di chiusura inaspettata ci destabilizzano.
Sospiriamo dobbiamo stringere i denti, sopportiamo, rinunceremo alla nostra settimana di chiusura estiva, l’unica che possiamo permetterci. In fondo la salute prima di tutto ci diciamo, la nostra e quella dei nostri clienti.

Il giorno seguente la sveglia suona come sempre alle 5.00 ma questa volta non per andare a infornare i cornetti a preparare i primi caffè fumanti, bensì a sistemare la merce.
Mentre io e mio padre svuotiamo i frigoriferi, stacchiamo gli interruttori cerco di infondere un po’ di coraggio, bisogna essere forti, vedrai dico, vedrai che ce la caveremo.
Spegniamo le ultime insegne e torniamo a casa. Quelle poche ore ci hanno sfinito, come se ci avessero risucchiato l’anima, ma in realtà ancora eravamo ignari del fatto, quella forse sarebbe stato il nostro ultimo ingresso.
Una volta a casa iniziamo a fare due conti, avevamo già difficoltà con l’affitto sempre troppo caro, ci chiediamo come faremo, da gennaio il fatturato era calato, la paura era nell’aria, il virus non si era espanso eppure si sentiva.
Ci chiediamo come faremo a pagare i fornitori rimasti in sospeso, come faremo con le rate per scontare il nostro locale, si perché per chi non lo sapesse tanta gente è costretta a vivere di commercio anche a costo di mettersi debiti fino alla morte.
Il mio locale è nato per necessità, è diventato la nostra seconda casa e la nostra anima, a causa di una cassa integrazione e di una disoccupazione di mio padre.
Dovevamo ripartire, dovevamo in qualche modo costruirci il lavoro e cosi armati di coraggio partendo da zero abbiamo iniziato.

Alla tv sentiamo solo tg che sembrano dare numeri da bollettino di guerra, sentiamo testimonianze di paura di gente colpita dalla malattia e ci riteniamo fortunati di stare bene in salute, preghiamo e ringraziamo Dio a modo nostro.
Non sapevamo a cosa andavamo ancora in contro.
Non eravamo coscienti che saremmo stati inghiottiti da un altro tornado ben più grande, l’uragano dentro l’uragano.
Da li a poco ci siamo ritrovati davanti al televisore, un nuovo decreto che ci imponeva una chiusura forzata fino a data da destinarsi.
È stato come ricevere un pugno ancora più forte allo stomaco.
I pochi soldi rimasti stavano finendo, e si cari miei signori perché chi ha un’attività non è ricco, magari qualcuno sì ma la maggior parte di noi piccoli commercianti ci guadagniamo il pane onestamente, non abbiamo parcheggiata giù in garage una mercedes ultimo modello ma una Fiat 600.
Preghiamo e ci sentiamo leggermene rincuorati quando il nostro premier annuncia a che le imprese sarebbero state aiutate, non sapendo ancora che in realtà lo Stato ci stava chiedendo di indebitarci ulteriormente, ci dava 600 euro per lavarsi la coscienza non rendendosi conto che ci stava umiliando.

Riapriranno per gli ultimi gli esercizi non essenziali, ma qualcuno si è mai domandato se questi esercizi non essenziali siano essenziali al sostentamento delle famiglie?
E tra un decreto e un altro sono passati tre mesi tra promesse e scuse ci hanno tolto la speranza, i sogni e la dignità.

Angela

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