Sospesi.

La vita correva veloce, sembravano tutti come schegge impazzite, correvamo, correvamo sempre in ogni direzione, non sapevamo neppure verso dove andavamo, correvamo e basta. Non avevano mai tempo di niente: “Scusa non ho tempo, scusa ho fretta, scusa…oh scusa, devo andare”.
Mille impegni segnati ogni giorno quasi per sentirsi apposto con la propria coscienza, quasi per darle un alibi; troppe cose da fare, dunque non c’era tempo di ascoltare l’amico che ci aveva chiesto un consiglio; troppe cose da fare, dunque non c’era tempo di preservare un dialogo in famiglia o semplicemente di sedersi e di godere della presenza degli affetti più cari, stringersi le mani, guardarsi negli occhi. Non c’era tempo, e non c’eravamo neppure accorti che la nostra anima era diventata buia e polverosa, così come il nostro cuore chiuso dentro una coltre di egoismi e di indifferenza.

Ma poi è arrivato lui, quell’anti essere viscido e subdolo, maleodorante di morte, che silenziosamente e con inganno si è insinuato dentro il nostro corpo dilaniandolo con la potenza di una bomba. Come il più terribile degli esseri striscianti presto ha puntato dritto alla parte più vulnerabile di ciascuno di noi: si è impossessato della nostra anima, ci ha indeboliti, ci ha resi fragili, impauriti, imploranti. Uno stermino più di una guerra, e lui la, nascosto nel suo covo a prendersi beffa di noi e a sghignazzare per ogni morto privato pure dell’ultima carezza, dell’ultimo bacio.

Presto è arrivato un ordine: non uscite da casa, restate a casa, uscite solo per fare la spesa una volta alla settimana. Sembrava impossibile!
Il mondo avrebbe dovuto fermarsi?! La soluzione per porre fine a tutto quel male, a tutti quei morti era proprio quella di restare a casa? Le nostre folli corse arrestate all’improvviso? Ci stavano davvero dicendo che ciascuno a casa propria sarebbe stato al sicuro? Ci stavano davvero dicendo che niente e nessuno avrebbe potuto farci del male se solo fossimo rimasti dentro casa con la nostra famiglia?
Davvero la cosa più bella del mondo, quella di poter stare accoccolati tra i nostri affetti più cari avrebbe sconfitto quel virus maledetto arrivato come un tifone?

Avremmo dovuto fare salti di gioia, essere felici da subito, invece all’inizio abbiamo provato solo imbarazzo, disagio, disorientamento, non eravamo più abituati a stare tutti insieme sotto lo stesso tetto per tutto il santo giorno. Ma più passava il tempo, più avvertivamo dentro di noi dei sussulti nuovi o che forse avevamo semplicemente dimenticato.
Abbiamo cominciato a provare tenerezza infinita nello stare tutti seduti attorno a un tavolo a chiacchierare, abbiamo ritrovato il gusto di guardarci negli occhi, il calore di una carezza rimasta sospesa per tanto tempo. Piano piano abbiamo cominciato a respirare, no, non più quel respiro corto e affannato che avevamo prima, quello necessario per muovere arti e membra, no, non quello abbiamo trovato un respiro lungo, lento, caldo che ci ha permesso di affacciarci alla finestra di guardare il cielo e scoprire che era davvero azzurro, che era davvero sempre più blu, un respiro lungo, lento, caldo che dai balconi ci ha dato il coraggio di cantare tutti insieme: l’Italia, Iddio la creò.

Ma per tanti, per troppi di noi quel vento di morte era già passato con tutta la sua violenza, aveva lasciato solo dolore, lacrime, disperazione, sconforto, rimpianti, rimorsi…siamo rimasti attoniti e muti davanti a lunghe file di bare che sfilavano lente e meste, e dietro quelle finestre il cielo aveva perso il suo colore azzurro, era diventato grigio e tenebroso, lasciandoci dilaniati dalla disperazione di non aver potuto donare un ultimo saluto, un ultimo sorriso.
Quelle bare come pezzi del nostro cuore fatto a brandelli.
Pensavamo di essere onnipotenti e invulnerabili e invece ci siamo ritrovati soltanto come naufraghi in un mare aperto.

Ma la morte è proprio come un’onda del mare: va, viene, poi ritorna e poi si allontana nuovamente, così un fiore che sboccia dopo il gelo dell’inverno, così il sole che ritorna a splendere dopo un temporale impetuoso, il giorno dopo la notte più nera, il sorriso dopo lacrime amare, così la vita che piano piano torna a riesplodere nelle piazze, per le strade, sui volti della gente; tornerà ferita, mutilata, addolorata, impoverita, stanca, ma la memoria di quei giorni resterà scolpita nel cuore e nella mente, il valore di un sorriso, di un abbraccio il valore di quelle piccole grandi cose, depositate e nascoste in fondo all’anima, torneranno a riva e là resteranno per sempre.

Liana D’Angelo

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